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Lapide via della Torre 34

In memoria di Leopoldo Montanucci

In via Privata della Torre 34, a pochi passi dall’ingresso della metropolitana di Turro, una lapide fissa sul marmo un monito che attraversa i decenni e ci parla della “giovinezza di Leopoldo Montanucci, brutalmente troncata dalla rabbia fascista”.

Leopoldo Montanucci era nato a Foligno, in Umbria, il 24 giugno 1924, ma risiedeva a Milano. Per comprendere davvero la sua storia, però, bisogna allontanarsi dalla città e risalire verso le Prealpi bresciane, in Val Trompia. È l’aprile del 1945, la guerra sta per finire, e Leopoldo si trova proprio lì, in una vallata storicamente legata all’estrazione mineraria e alla lavorazione del ferro, dove la Resistenza continua a combattere gli ultimi scontri.

Più precisamente, Montanucci è sul monte Sonclino con gli uomini della 122 brigata Garibaldi, una formazione composta da operai e studenti sopravvissuti ai rastrellamenti e all’inverno appena concluso.

La battaglia del Sonclino

L’episodio che porterà alla sua morte inizia la notte del 13 aprile, quando 37 soldati e 5 sottufficiali dell’esercito della Repubblica Sociale Italiana (RSI) decidono di disertare dalla caserma di Botticino per unirsi ai partigiani, scortati proprio dai garibaldini del Sonclino. Poco tempo dopo, la notte del 17 aprile, il comandante della brigata, conosciuto come “Tito”, conduce una quarantina di uomini attraverso la nebbia fino a Cogozzo, dove sorge la BPD, una fabbrica di armi. L’azione è rapida: i partigiani riescono a portare via vestiti, cibo, fucili e munizioni.

La reazione degli occupanti non si fa attendere e il 19 aprile scatta il rastrellamento. Soldati fascisti della Decima Mas, della San Marco, un plotone di Carabinieri di Marcheno e truppe delle SS risalgono le pendici della montagna puntando alla vetta del Sonclino, dove si trovano i partigiani. La battaglia dura 12 ore ed è uno scontro impari: i nazifascisti hanno più uomini, più armi e sono dotati anche di mortai. Alla fine, i partigiani vengono sopraffatti: 11 di loro sono catturati e uccisi, mentre altri 6, tra cui Leopoldo Montanucci, vengono fatti prigionieri.

In un primo momento per loro sembra esserci uno spiraglio: i prigionieri vengono lasciati scendere verso l’abitato
di Marcheno, in fondo alla valle. Tuttavia, la speranza di aver salva la vita svanisce in fretta: vengono infatti
nuovamente arrestati e condotti nel municipio di Brozzo dove, dopo una notte passata in attesa dell’esecuzione, vengono uccisi. È il 20 aprile 1945, mancano solo 5 giorni alla Liberazione, e Leopoldo Montanucci non ha ancora compiuto 21 anni.

La lettera dei genitori di Leopoldo Montanucci

Pochi mesi dopo la sua morte, l’11 giugno 1945, la famiglia Montanucci invia una lettera al sindaco di Marcheno esprimendo la propria gratitudine per il sostegno
ricevuto dalla comunità locale:
È con grande commozione che ci rivolgiamo in questo momento a Lei per ringraziarla di tutto quanto è stato fatto per il nostro povero Leopoldo e per pregarla di voler partecipare questo nostro vivo sentimento di riconoscenza anche al Molto Rev.do Parroco e alla popolazione tutta che, sfidando i gravi pericoli a cui si esponeva nei periodi di occupazione nazifascista, non ha esitato ad offrire segretamente il suo tributo di affetto verso il suo caro Estinto. Questa spontanea partecipazione di
cordoglio ci ha grandemente commossi.

> Consulta il documento originale

A Leopoldo Montanucci è dedicata un’altra lapide in via Rovetta 14 ed il suo nome compare anche in quella collettiva di piazza Morbegno.

Lapide via della Torre in memoria di Leopoldo Montanucci