Sono mesi convulsi quelli che l’Italia vive nell’estate 1943. Il 25 luglio il Gran consiglio del fascismo, l’organo supremo del regime, destituisce Mussolini, che viene arrestato. L’8 settembre l’Italia si arrende incondizionatamente agli Alleati: il re Vittorio Emanuele III fugge da Roma e l’esercito si dissolve favorendo l’occupazione nazista dell’Italia centro-settentrionale. Il 23 settembre Mussolini, liberato dai nazisti, proclama la Repubblica sociale italiana e conferma l’alleanza con la Germania nazista.
È forte lo sconforto nel Paese che si illudeva di aver raggiunto la pace, seppur sconfitto. Gli italiani si trovano davanti a una scelta: adattarsi alla nuova situazione, con l’obiettivo di salvaguardare la vita e, possibilmente, le proprietà, sostenere l’alleanza nazi-fascista o combatterla. Tra questi tre poli si dispiega un variegatissimo ventaglio di comportamenti, ma già nei primi giorni dell’autunno sono migliaia gli italiani che decidono di sollevarsi contro il nuovo potere nazi-fascista e salgono sulle montagne per organizzarsi. Spesso sono persone molto giovani, prive di qualsiasi formazione militare e, soprattutto, di armi.
Tullio Galimberti compie la sua scelta e si unisce ai partigiani comunisti delle Brigate Garibaldi. Si occupa dei collegamenti tra i vari gruppi partigiani e del rifornimento di armi. Nei primi mesi del 1944, con l’ondata di rappresaglie scatenata a Milano dai nazi-fascisti, il suo compito diventa sempre più pericoloso e la sua libertà sempre più minacciata.
Giovanni Galimberti è infine arrestato verso la fine di giugno con altri giovani antifascisti in piazza San Babila e condotto a San Vittore. La sua vicenda si conclude nel sangue il 10 agosto 1944 a piazzale Loreto, a pochi giorni dal suo 22° compleanno.