Umberto Fogagnolo, l’ingegner Bianchi
Il 25 luglio 1943 partecipa tra i primi alle manifestazioni antifasciste. Tiene comizi in fabbrica e diventa il patrocinatore e l’organizzatore della costituzione della Commissione Interna. Pochi giorni dopo la caduta di Mussolini e quando già aveva deciso di impegnarsi nella Resistenza (era in contatto con uno stretto collaboratore di Ferruccio Parri), aveva scritto alla moglie una lettera nella quale diceva:
«Ho vissuto ore febbrili ed ho giocato il tutto per tutto. Per i nostri figli e per il tuo avvenire è bene tu sia al corrente di tutto. Qui ho organizzato la massa operaia che ora dirigo verso un fine che io credo santo e giusto. Tu Nadina mi perdonerai se oggi gioco la mia vita. Di una cosa però è bene che tu sia certa. Ed è che io sempre e soprattutto penso ed amo te e i nostri figli. V’è nella vita di ogni uomo però un momento decisivo nel quale chi ha vissuto per un ideale deve decidere ed abbandonare le parole».
Umberto Fogagnolo abbandona presto le parole: l’8 settembre del 1943 é gravemente ferito dai nazifascisti in piazza Duomo in un tentativo di liberare un patriota. Arrestato, riesce a fuggire dall’ospedale mantenendosi incognito. Dopo l’armistizio, in collegamento con i vari partiti del CLN di Milano, dirige e coordina il movimento clandestino dell’Ercole Marelli e delle fabbriche di Sesto San Giovanni. Cura l’invio in montagna e in Svizzera di prigionieri alleati, di ricercati politici e di partigiani.
Attivissimo in azioni di sabotaggio a Milano e in Lombardia, si oppone all’idea di far saltare una diga. Infatti, si tratta di un progetto che, sul momento, danneggerebbe gli occupanti nazisti ma che, in seguito, avrebbe comportato un danno enorme per i milanesi.
Umberto Fogagnolo e la Resistenza in fabbrica
In città, Umberto Fogagnolo partecipa ad alcune ardite azioni. Si reca personalmente, a rischio della propria vita, dall’allora questore Mendia, in nome del CLN, riuscendo a far liberare 5 patrioti detenuti a San Vittore.
Alla Marelli, aiuta le persone con cui lavora: guarda alle capacità e alla serietà, ha una concezione moderna e democratica della fabbrica in un tempo in cui pesa fortissima la distinzione in classi. «Lo dimostrano tutte le testimonianze che ho raccolto in questi anni – dice il figlio, Sergio Fogagnolo – Aveva un fattorino quindicenne, Bruno, lo spronò a diplomarsi e quando fu richiamato dalla RSI lo aiutò a fuggire in Svizzera».
Con Giulio Casiraghi, operaio comunista che ha conosciuto anni di confino e che, come lui, morirà in piazzale Loreto, organizza gli scioperi del marzo 1944. Tra i due c’è stima, rispetto e grande amicizia anche se l’ingegnere e l’operaio, formalmente, si davano del lei.
Fogagnolo continuò nella sua lotta sino a che, il 13 luglio del 1944, non fu arrestato dalle SS. Tradotto nel carcere di San Vittore e sottoposto a tortura nel famigerato 5° Raggio, l’ingegnere non si lasciò mai sfuggire una frase che avrebbe potuto danneggiare la Resistenza. Per questo, fu uno dei 15 patrioti uccisi a piazzale Loreto il 10 agosto del 1944.
Una lapide, in zona Città Studi, a Milano, ne celebra la figura con queste parole:
“I compagni ricordano/ il Dott. Ing./Umberto Fogagnolo/ nobilissima figura/ di lavoratore/ fiero assertore/ dei diritti del popolo/ Spento dal piombo fascista/ vive perennemente/ nella luce della libertà”.
A tanti anni dall’uccisione del padre, uno dei tre figli (Sergio, che ha costituito il Comitato denominato “I Quindici” e che si è impegnato nel processo contro il capitano nazista Saevecke, dopo che, dall’armadio della vergogna, sono riemersi i documenti sulle responsabilità dei nazi-fascisti nelle stragi perpetrate in Italia), si è visto annullare dal Consiglio di Stato la sentenza che prevedeva un indennizzo alle famiglie dei martiri di piazzale Loreto.
Durante un incontro con una scolaresca, Sergio Fogagnolo ha raccontato che l’unico ricordo rimastogli è in una fotografia scattata a suo fratello che suo padre teneva sul cuore al momento della fucilazione, sulla quale è evidente il buco provocato dalla pallottola.
«Non ho rancore verso le singole persone – ha dichiarato rispondendo alle domande dei giovani ascoltatori – ma verso il regime che ha ridotto l’Italia in un cumulo di macerie. Studiate il passato ma anche la storia recente, siate orgogliosi di essere nati in un’Europa libera da guerre e proteggete la pace e la democrazia, altrimenti mio papà avrà versato il suo sangue invano».
Dopo l’eccidio del 10 agosto 1944, sul corpo di Umberto Fogagnolo troveranno un foglietto dedicato alla famiglia: “Il mio ultimo pensiero è per voi. Viva l’Italia”.