Davide Carlini, nato a Milano il 29 agosto del 1910, vive in via Pietro Marocco 10 con la moglie Luisa Passetti e una figlia. Lavora come autista alla Breda Impianti, la sezione dei servizi generali della Breda.
Per la partecipazione allo sciopero generale del marzo 1944, Davide Carlini è arrestato, con molta probabilità a casa, pochi giorni dopo (il 15 o il 28 marzo).
”La notte tra l’11 e il 12 marzo, 39 lavoratori occupati principalmente nelle due più grandi fabbriche di Sesto, la Breda e la Falck, saranno prelevati direttamente a casa, incarcerati e poi avviati alla deportazione. La stessa sorte toccherà ad altri 63 lavoratori nella notte tra il 13 e il 14 marzo e ad altri 49 nella notte tra il 27 e il 28 marzo. La cifra complessiva della repressione a Sesto San Giovanni sarà di 219 arrestati da avviare alla deportazione.
Danese
In riferimento allo sciopero del marzo 1944, conferma sostanzialmente il dato Giuseppe Vignati: «La repressione nazifascista fu durissima e fu attuata sulla base di precisi elenchi fatti compilare dalle direzioni aziendali, dove figuravano, accanto a noti “sovversivi” già confinati o passati per il Tribunale Speciale, lavoratori antifascisti e operai specializzati; 215 lavoratori vennero catturati in fabbrica e a casa, 211 vennero deportati nei lager nazisti, 163 vi morirono, 2 vennero fucilati al Poligono di Cibeno, 5 morirono dopo il loro rientro per le conseguenze della deportazione».
Uno dei due lavoratori fucilati il 12 luglio a Cibeno (Fossoli) è Davide Carlini.
Davide Carlini: dopo l’arresto
Davide Carlini entra a San Vittore il 28 marzo 1944, matricola 1809, sesto raggio, cella 36. Come racconta lo storico Borgomaneri, le condizioni in cui si trovano le persone detenute a San Vittore durante il nazifascismo sono particolarmente dure: «Sottoposti al rigidissimo regolamento imposto dalla polizia di sicurezza germanica, che vieta anche di fumare o di sedersi durante il giorno, i detenuti, se non sono puniti o in isolamento, possono godere quotidianamente di una sola ora all’aperto, condizioni metereologiche e allarmi aerei permettendo, e per il restante tempo vivono in celle sovraffollate di quattro metri per due e mezzo … L’alimentazione giornaliera consiste in mezzo chilo circa di pane e mezzo litro di brodaglia con qualche pezzo di patata e qualche fagiolo. Proibita ogni corrispondenza e visita di parenti, dal novembre 1943 è rigorosamente vietata anche l’introduzione di generi alimentari dall’esterno».
Dopo l’8 settembre 1943, il 4° e il 6° raggio sono destinati ai “politici” (antifascisti, oppositori, scioperanti, partigiani). In seguito all’armistizio, infatti, oltre alla guerra agli angloamericani e allo sfruttamento delle risorse produttive dell’Italia da loro controllata, i nazisti devono occuparsi della «prevenzione e della eliminazione di ogni forma di opposizione politica e sociale, ma non hanno personale da distaccare nel nuovo territorio occupato», che non conoscono. Senza la collaborazione dell’apparato di polizia italiano e delle varie formazioni militari fasciste, non sarebbe stato possibile arrestare, assassinare e deportare ebrei, antifascisti, renitenti alla leva, lavoratori e lavoratrici in sciopero, partigiani.
Davide Carlini e la deportazione a Fossoli
Quando, a fine aprile 1944, Davide Carlini e altri 300 detenuti vengono deportati a Fossoli, il campo ha già subito non pochi cambiamenti da quando è stato istituito, nel giugno 1942, come campo di prigionia militare. Dal dicembre 1943 è diventato campo di internamento di ebrei e antifascisti destinati alla deportazione.
Infine, dal febbraio/marzo 1944, finisce alle dipendenze del comando della Sipo-SD nazista di Verona e assume il nome Polizei und DurchgangsLager – Fossoli (Campo di polizia e di transito di Fossoli), abbreviato in POL-LAGER.
”Anche se l’ordine interno ricalca quello dei campi di sterminio e la vita ne segue i ritmi, i campi di Fossoli e di Bolzano, dove molti deportati sostano in attesa della partenza per la loro funzione di transito e smistamento non possono essere assimilati al sistema di cui pure fanno parte. È ancora possibile mantenere contatti con le famiglie, ricevere e inviare corrispondenza
Bravo – Jalla
La vita nel campo è descritta dai sopravvissuti come un momento sospeso, una tregua che si stese tra i durissimi interrogatori subiti dopo l’arresto e l’inferno dei lager che li attendevano.
Gli internati, razziali e politici, svolgono attività utili al funzionamento del campo: mensa, falegnameria e lavori di edilizia, infermeria, sartoria… Come racconta Franzinelli:
«Nel settore dei politici la giornata lavorativa durava dalle 7 alle 12 e dalle 13:30 alle 16:30. Quei prigionieri giunti a Fossoli dopo un periodo di isolamento carcerario accompagnatosi a torture si trovarono in un contesto meno oppressivo: la sistemazione nelle baracche – secondo l’estrazione geografica o l’orientamento politico – permetteva rapporti interpersonali senza l’assillo dei tedeschi, i quali consentivano la nomina di un capobaracca. Consapevoli che alla breve sosta a Fossoli sarebbe seguito l’internamento in un Lager germanico, essi consideravano l’esperienza del campo modenese come meno traumatica di quanto avevano vissuto e della sorte che li attendeva» .
Davide Carlini, ad esempio, si occupa di trasporti con un moto furgoncino. Un giorno, però, lo chiamano per un servizio diverso dal solito: lo incaricano di spostare e nascondere il corpo di Leopoldo Gasparotto, un punto di riferimento della resistenza interna al campo. Davide Carlini esegue l’ordine mettendo il suo cadavere in un punto isolato del campo e ricoprendolo con un telo.
Un compagno di prigionia ricorda: «Carlini era prigioniero come tutti noi, ma aveva un ruolo superiore al nostro. Veniva infatti presso chiamato dai fascisti per svolgere dei servizi, ovvero per sbrigare certe faccende che potevano andare dal trasporto di alcuni materiali, allo scarico di merce e così via. Aveva un moto-furgoncino Gilera a tre ruote. Quando faceva queste operazioni poteva anche uscire dal campo, sempre scortato da un paio di guardie».
Verso il massacro del Cibeno
L’omicidio di Poldo Gasparotto prelude alla strage di Cibeno, la fucilazione di 67 prigionieri di Fossoli avvenuta il 12 luglio 1944 e in cui sarà ucciso anche Davide Carlini.
Nella mappa delle stragi naziste in Italia, quella di Cibeno è di grande importanza e non facile interpretazione.
Per molti anni si è pensato che questo eccidio fosse una rappresaglia decisa dai nazisti per dare una risposta adeguata all’uccisione di tre marinai della Wehrmacht, avvenuta a Genova il 25 giugno 1944 a opera di un gruppo di partigiani. Nel 1995, però, si comincia a parlare di eccidio a fini politici, pianificato e attuato dai comandi nazisti allo scopo di eliminare importanti uomini della Resistenza, scongiurare rivolte e fughe dal campo, anche in vista di un prossimo trasferimento a Bolzano.
L’11 luglio un elenco di 70 internati, scelti tra i prigionieri classificati di “terza classe” (ovvero quelli considerati più pericolosi, passabili di pena di morte) viene preparato dagli ufficiali SS del comando Sipo-SD di Verona e dal comandante del campo di Fossoli.
Lo stesso giorno, durante il consueto appello delle ore 19, il vicecomandante del campo, Haage, chiama, scorrendo un foglio, i nomi delle persone che l’indomani sarebbero partite “per il nord”. La modalità dell’appello, nominativo invece che numerico, indicava che qualcosa di straordinario stava per accadere.
Contemporaneamente, 8 prigionieri ebrei venivano condotti al poligono di tiro di Carpi per scavare una fossa profonda un metro e mezzo, lunga una decina di metri e larga cinque, evidentemente destinata ad accogliere le vittime di un’esecuzione capitale. I prigionieri chiamati all’appello vengono segregati in un’apposita baracca.
Il ricordo di uno degli internati, Fergnani: «Haage comincia a leggere, scandendo le sillabe con la sua voce dall’accento prussiano: Achille Andrea, Alagna Vincenzo, Arosio Enrico, Balzarini Bruno… I chiamati escono dalle file e si dirigono verso il maresciallo. Questi, con un cenno, senza staccare gli occhi dal foglio, ordina che si allineino con la fronte rivolta a noi… Barbera Giovanni… Carenini Renato… Cavallati Brenno… Jemina Eugenio… Manzi Antonio… Martinelli Arturo… Olivelli Teresio… Panceri Ubaldo… Passerini Antonio… Robolotti Giuseppe… Tirale Mapoleone… Vercesi Galileo… Settantuno sono i chiamati. Perché settantuno? Strano numero!».
70 o 71? Ricorda correttamente Fergnani: i chiamati sono 71, ma uno di loro, Bernando Carenini, viene tolto dalla baracca dei fucilandi e ricondotto con gli altri internati. La lista includeva 71 nomi, uno in più del numero prestabilito, e la grazia toccò a Carenini grazie all’intercessione di una segretaria del campo che lo aveva preso a benvolere.
Continua il ricordo di Fergnani: «Tirale sta preparando il suo bagagli, gli do un vasetto di marmellata, dello zucchero e qualche oggetto che può essergli utile. Poi accompagno Barbera e Tirale alla baracca di raduno. Ancora una stretta di mano, un bacio, un augurio. Il maresciallo in persona chiude la porta. Giro di lato. Mi arrampico a un finestrino. Do un’occhiata rapida nell’interno. Ecco gli amici più intimi, ed ecco l’avvocato Eugenio Jemina, Davide Carlini, Ciceri, l’avvocato Galileo Vercesi, ecco Cavallari che hanno fatto uscire dall’infermeria dove giaceva gravemente ammalato. Agito un braccio nell’interno. Barbera, Tirale, Panceri, Passerini… arrivederci!».
12 luglio 1944: il massacro del Cibeno
Girano tante voci nel campo: un gruppo di ebrei è stato mandato fuori dal campo con picconi e badili, dove? A fare cosa? «Credo che li fucileranno domani mattina» dice un internato che svolge funzioni di interprete, spesso ben informato su quanto accade al comando. Lo stesso internato riesce a informare gli internati chiamati all’appello, ma parecchi si sono dimostrati increduli. Qualcuno osserva che se avessero voluto fucilarli non avrebbero ordinato di preparare i bagagli.
All’alba del giorno dopo, i primi 25, tra cui Davide Carlini, sono portati in camion al vicino poligono di tiro di Cibeno e fucilati alla schiena. Mentre si svolge la strage del secondo gruppo, composto di 24 uomini perché uno (Teresio Olivelli) è riuscito a sottrarsi nascondendosi nel campo, alcuni prigionieri si ribellano e due di loro riescono a fuggire: Mario Fasoli, un muratore comunista di Ossuccio (lago di Como) sospettato di tenere i contatti tra i partigiani e la Svizzera, e Eugenio Jemina, avvocato antifascista di Mondovì.
Il terzo gruppo viene trasportato e ucciso ammanettato. In 2 ore sono trucidati 67 prigionieri.
I martiri di Fossoli mostrano i diversi volti della Resistenza italiana. Ci sono esponenti dell’antifascismo politico: azionisti, cattolici, comunisti, monarchici, repubblicani, socialisti. Numerosi ufficiali e militari dell’esercito e della marina (quasi tutti gli ufficiali superiori internati a Fossoli in quel momento), alcuni in stretto rapporto con gli alleati. Operai, commercianti, imprenditori, contadini, insegnanti, artigiani, tipografi, impiegati, ferrovieri e ancora appisti, partigiani, antifascisti, attivisti delle reti di aiuto per l’espatrio, simpatizzanti.
Davide Carlini è ricordato nella lapide di piazza Morbegno, una targa collettiva la cui cura è affidata alla nostra sezione. Inoltre, a novembre 2024 è stata posata in sua memoria anche una pietra di inciampo in via Marocco, 10.