In piazza Morbegno, una lapide collettiva ricorda 6o antifascisti; tra questi leggiamo anche il nome di Aldo Lambrocchi.
Aldo Lambrocchi: una vita da antifascista
Lambrocchi nasce a Castellucchio, in provincia di Mantova, il 26 agosto 1900. La sua è una famiglia numerosa: oltre a lui i genitori, Amilcare Lambrocchi e Clelia Spotti, hanno altri 3 figli e 4 figlie, che la madre educa agli ideali socialisti. Nel primo dopoguerra, la famiglia di trasferisce a Milano.
Nel capoluogo lombardo, Aldo abita al 102 di viale Monza e lavora come meccanico. Aderisce al PCI sin dalla sua fondazione e partecipa attivamente agli Arditi del popolo, movimento organizzato da Guido Picelli a partire dall’estate 1921 con lo scopo di difendersi dai fascisti. Un impegno che condivide con la famiglia: i e le Lambrocchi, infatti, sono un punto di riferimento per il Partito Comunista milanese negli anni del fascismo e la casa di Aldo, quella del fratello Efrem e quelle delle sorelle Ernesta, Jole, Ada e Olga sono rifugi sicuri per i comunisti negli anni della clandestinità.
Ben presto, Aldo Lambrocchi viene fermato dal regime per le sue attività antifasciste: nel 1927 viene fermato in occasione della visita di un gerarca e, mentre sale sul camion che lo deve portare in carcere, urla più volte “Viva il Comunismo!”.
Nel maggio 1928 viene incarcerato nuovamente per diffusione di stampa comunista, ma a dicembre viene assolto per insufficienza di prove e rilasciato. Occorre sottolineare che, nei primi anni di funzionamento del Tribunale Speciale, è alta la quota di imputati prosciolti e assolti. Questo avviene poiché il regime tenta di intimorire gli oppositori con arresti di massa, ma preferisce non pubblicizzare troppo questa politica terroristica e ne rimette in libertà la maggior parte, ritenendo ammonimento sufficiente le settimane o i mesi di carcere preventivo fatti scontare.
Aldo Lambrocchi: la partenza per la Spagna
Il tempo passato in carcere non è però sufficiente a intimorire Aldo Lambrocchi: il 6 settembre 1931, accompagnato dalla madre Clelia, raggiunge il confine e si reca a Parigi, dove continua la sua attività antifascista. Nel 1934 viene poi inviato in URSS per assistere alla scuola leninista e, tre anni dopo, parte per la Spagna con lo pseudonimo “Gennaro Piazza” con lo scopo di prendere parte alla guerra civile. Prima di raggiungere la Spagna, fa tappa a Parigi dove lo attende la madre Clelia, giunta appositamente per salutarlo.
Arriva nella penisola iberica l’8 dicembre 1937 e si arruola nel 2° battaglione della Brigata Garibaldi. Inizialmente assegnato al deposito della XII brigata, il 3 febbraio 1938 è assegnato all’Artiglieria Internazionale, nella 34esima batteria “Carlo Rosselli” che opera in Aragona. Muore il 9 settembre 1938 nel corso dell’ultima offensiva repubblicana sull’Ebro, colpito da un obice.
La guerra civile spagnola e i volontari internazionali
“Oggi in Spagna, domani in Italia” è l’appello lanciato nel luglio 1936 da Carlo Rosselli, fondatore del movimento Giustizia e libertà in esilio a Parigi: «Era un grido liberatorio, l’occasione tanto attesa per combattere armi alla mano contro i fascisti, quasi a riscattare la sconfitta subita in Italia tanti anni prima quando si era ceduto alla furia squadrista senza una vera resistenza». (Colarizi).
Le complesse ragioni della caduta dello Stato liberale e della presa del potere del fascismo dovevano essere ancora pienamente comprese, ma gli antifascisti italiani fuoriusciti non rimasero indifferenti di fronte dello scontro armato tra i generali golpisti e la legittima repubblica spagnola governata da repubblicani, socialisti e comunisti, il fronte popolare che aveva vinto le elezioni del 1936.
In un primo momento, però, il partito comunista e il partito socialista italiano non aderirono alla proposta di Rosselli: l’idea è che la Repubblica spagnola non abbia bisogno di volontari, ma solo di aiuti per i suoi rifornimenti. Solo un mese dopo, alla parola d’ordine lanciata fra le masse francesi e di tutti i paesi, “aerei e cannoni per la Spagna”, gli stessi comunisti fecero seguire anche la partenza di alcune centinaia di volontari. Alla fine di settembre, il partito comunista sovietico e l’Internazionale comunista uscirono dall’atteggiamento di prudente attesa. Ai primi di ottobre, varcarono clandestinamente la frontiera franco-spagnola un migliaio di volontari, reclutati dal partito comunista francese tra i fuoriusciti politici, tedeschi, italiani, polacchi, ungheresi e di altre nazionalità… Si trattava del primo scaglione delle Brigate Internazionali. Con l’afflusso di volontari di ogni paese, nelle Brigate Internazionali, fino all’estate del 1938, passarono circa 32.000 volontari» (Valiani).
Per quanto riguarda gli antifascisti italiani, tra il luglio 1936 e il 1938 furono più di 5000 i volontari che risposero alla chiamata alle armi.
Ad esclusione dell’Urss, tutte le potenze avevano deciso di non intervenire. Una scelta particolarmente sofferta per il governo francese, presieduto dal socialista Blum, che avrebbe voluto soccorrere i repubblicani spagnoli . Una neutralità internazionale oggettivamente ancor più difficile da sostenere dal momento che Hitler e Mussolini l’avevano immediatamente violata, i tedeschi inviano armi – soprattutto aerei da combattimento – e gli italiani un corpo di volontari in camicia nera per sostenere l’esercito franchista» (Colarizi).
La guerra civile spagnola e i bombardamenti
Da ricordare anche i massicci e indiscriminati bombardamenti aerei fascisti di popolose città aperte, come quelli di Barcellona del febbraio del 1938.
Anche grazie al celebre quadro di Picasso, resta però Guernica il bombardamento simbolo del conflitto. Il 26 aprile 1937, nel pomeriggio, «Guernica fu colpita a morte. Era giorno di mercato e nella cittadina, fra abitanti, profughi e contadini giunti da fuori, c’erano almeno diecimila persone. Guernica non aveva difese contraeree. Fu distrutta in tre ore di bombardamenti ininterrotti, effettuati dalla legione Condor e dall’aviazione legionaria italiana. L’operazione era di tale portata che ben difficilmente avrebbe potuto essere organizzata dai tedeschi senza il consenso dello stato maggiore spagnolo – con il quale, peraltro, i collegamenti erano costanti. Il numero delle vittime non fu mai accertato con precisione, perché il caos era totale e perché i nazionalisti occuparono la città prima che potessero essere rimosse le macerie. Il governo basco stimò che sotto le bombe fossero morte 1645 persone, e che altre 889 fossero rimaste ferite.
Una guerra di contadini affamati
Per quanto riguarda gli italiani, nella guerra civile spagnola si fronteggiarono antifascisti e italiani in camicia nera. Ne è l’emblema la battaglia di Guadalajara, avvenuta nel marzo 1937, nella quale le truppe di Franco, appoggiate da 30 mila fascisti, erano state sconfitte da due divisioni dell’esercito repubblicano, affiancate dal Battaglione Garibaldi. Un episodio importante, che dette agli antifascisti la consapevolezza che il fascismo poteva essere sconfitto.
Occorre sottolineare che, secondo la storica Simona Colarizi, si registra una differenza tra «l’opinione entusiastica degli italiani al momento della guerra in Etiopia e la generale indifferenza registrata invece per quanto riguardava l’intervento italiano in Spagna». Infatti, il consenso alle conquiste coloniali era stato diffuso: «piaceva ai contadini disoccupati la prospettiva di conquistare un pezzo di terra da coltivare, ieri in terra libica, nel 1935 in Etiopia, più vicina delle lontane Americhe dove per un intero secolo milioni di poveri migranti avevano sperato di trovare lavoro. Applaudiva al duce condottiero anche la moltitudine dei ceti medi, impoveriti dalla recessione economica, ma incantati dalla prospettiva di conquistare ricchezze in Africa che nel loro immaginario significava anche la promozione di status da impiegato a padrone bianco di servi neri. Non ostacolavano il duce le vecchie classi dirigenti, da sempre favorevoli alle imprese coloniali dello Stato liberale la gioventù operaia non manifestava alcuna avversione alla guerra, così come non si registravano malumori tra i soldati in partenza: nelle officine e nelle caserme regnava l’ordine, come si legge nei rapporti dei militanti comunisti». Infatti, fu probabilmente nel maggio 1936, con la proclamazione dell’Impero, che il regime fascista raggiunse il massimo consenso.
Ma nei confronti di questa nuova guerra intrapresa dal regime mancava l’entusiasmo «per i soldati-volontari che il fascismo mandava a morire in Spagna. Gli italiani non vedevano alcun concreto vantaggio in questa nuova avventura che non offriva nuove terre da conquistare, ma serviva solo a dare una paga a quelle 40 mila camice nere ingaggiate “volontariamente” tra i disoccupati e i reduci dell’Africa Orientale, rimasti anch’essi senza lavoro a ingrossare l’esercito dei disoccupati cronici.