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di Alessandra Duglio, presidente della sezione ANPI 10 agosto 1944

Il mese scorso sono stata a Guernica, ho visitato il museo della Pace. Insieme a me l’hanno visitato i miei figli, ed è proprio pensando a loro, e alle ragazze e ragazzi che incontriamo ogni anno nelle scuole, che mi sono posta questa domanda: “che senso ha parlare di Guernica, del bombardamento, della propaganda, dell’arte come politica, a 90 anni di distanza?”

Quello su Guernica non fu il primo bombardamento su civili della storia; nel 1911 già pensammo come utilizzare l’appena inventato aeroplano per bombardare un accampamento turco durante la guerra per il possesso della Libia; le vittime, prevalente militari, furono poche, ma l’azione, per la sua novità e temerarietà, ebbe persino il plauso di D’Annunzio.
Qualche anno dopo, nel 1921, un generale del Regio Esercito, Giulio Douhet, nel trattato “Il dominio dell’aria” teorizzò i bombardamenti sulle città, quindi sulla popolazione civile, come mezzo strategico per vincere le guerre: “In ordine al conseguimento della vittoria avrà certamente più influenza un bombardamento aereo che costringa a sgombrare qualche città di svariate centinaia di migliaia di abitanti che non una battaglia del tipo delle numerosissime che si combatterono durante la grande guerra senza risultati di apprezzabile valore”.

Andiamo avanti: 1935, campagna per la conquista dell’Etiopia. In poco più di un anno 350 tonnellate di gas utilizzate e 17.000 vittime stimate. Il generale De Bono, comandante dell’esercito, scrive nel suo diario: “Il Negus ha già protestato per il bombardamento aereo dicendo che si sono ammazzati donne e bambini. Non vorranno che si buttino giù dei confetti”.

Ed eccoci al 1936, guerra civile spagnola; la nostra Aviazione Legionaria effettua i primi bombardamenti “terroristici” in Europa contro i civili di grandi città militarmente indifese. Raid che culmineranno il 26 aprile 1937 con il supporto alla Legione Condor (unità volontaria della tedesca Luftwaffe) nel bombardamento a tappeto della città basca di Guernica, con il lancio delle prime bombe incendiarie sperimentali.

Questo che ho riassunto è il nostro spregevole contributo alla storia dell’aviazione; i primi a lanciare granate da un aereo, i primi a utilizzare l’iprite in maniera massiccia su civili, i primi ancora a testare le bombe incendiarie su Guernica. E da questo excursus storico nasce la prima risposta: sì, è necessario che le nuove generazioni, abituate a immagini di guerra in altri luoghi, guerra contro la popolazione civile (Gaza in primis in questo momento) conosca il momento in cui questo tipo di guerra ebbe inizio, chi ne furono i fautori e come (se) chi ordinò questi massacri dovette rispondere delle azioni compiute.

Ritorniamo a Guernica, lunedì 26 aprile 1937. È giorno di mercato, le strade sono piene di commercianti e persone provenienti dai villaggi vicini. Guernica è uno dei centri principali della regione basca, la capitale religiosa e storica dei paesi baschi spagnoli, il luogo di incontro dell’Assemblea di Biscaglia, che si riuniva sotto una quercia, la Gernikako Arbola. La quercia odierna è stata piantata nel 2015, diretta discendente della prima quercia piantata nel XIV secolo. La quercia presente nel 1937 durante il bombardamento sopravvisse alle bombe e agli incendi, e visse fino al 2004. Guernica è anche sede di industrie belliche, che “stranamente” non vengono colpite, e continuano la loro produzione anche dopo l’occupazione franchista della città, tre soli giorni dopo il bombardamento. E proprio l’immediata occupazione franchista rischia di nascondere per sempre al mondo cosa è accaduto. La realtà viene manipolata, si avvia un’operazione di propaganda e censura, viene bloccato l’accesso ai giornalisti stranieri, si alterano le prove. Non serve l’intelligenza artificiale per produrre immagini false, basta posizionare bidoni di cherosene nella piazza del paese per documentare la falsa notizia che la città è stata bruciata dagli stessi repubblicani durante la ritirata.

Un solo giornalista, l’inglese George Steer, riesce ad arrivare a Guernica poche ore dopo l’attacco, e il giorno successivo un suo articolo corredato di foto viene pubblicato dal Times di Londra, e poi ripreso dal New York Times. Steer descrive il bombardamento e le sue conseguenze, e indica chiaramente i responsabili, aerei tedeschi e italiani. E proprio le foto nell’articolo di Steer ispirano Pablo Picasso nella realizzazione del suo quadro più famoso.

La ricostruzione di Guernica cancella presto le tracce del bombardamento; il regime franchista attua una dura repressione ideologica e culturale, denunce e perquisizioni sono all’ordine del giorno, la popolazione, a Guernica come in tutta la Spagna, deve affrontare la paura, la diffidenza e la sfiducia reciproca. “Ci fu paura fino alla morte di Franco”, dice una delle preziose testimonianze raccolte nella pubblicazione del 1996 “Memoria colectiva del bombardeo de Gernika”.

E questo è il secondo motivo per cui riteniamo necessario raccontare questa storia alle e agli studenti: sapere cosa successe a Guernica educa al pensiero critico, insegna a cercare le fonti, a diffidare della propaganda e a capire che la verità è la prima vittima di ogni guerra.

Franco governa la Spagna per quasi 40 anni dopo il 1937, 40 anni in cui i testimoni pian piano muoiono, senza poter raccontare liberamente la verità. Ma c’è un’eccezione, una persona venuta da lontano, che ha un ruolo fondamentale nella divulgazione e nel mantenimento della memoria storica. William Smallwood, insegnante statunitense, arriva a Guernica nel 1971. Commosso da quanto accaduto durante il bombardamento, decide di condurre interviste anonime alle persone sopravvissute. La decisione di William Smallwood di raccogliere le testimonianze del bombardamento nasce dai suoi legami affettivi personali con il popolo basco e dal profondo desiderio di rompere il silenzio imposto dalla dittatura franchista. Smallwood vive in Idaho, una terra con una fortissima e storica comunità di immigrati baschi, dai quali impara la loro lingua madre, l’euskera. Una volta appreso l’euskera, Smallwood decide di recarsi nei Paesi Baschi per indagare a fondo su un evento di cui ha sentito parlare fin da giovane: il tragico bombardamento di Guernica del 1937. Arrivato in città Smallwood si rende conto del clima di terrore e censura generalizzato. Spinto dall’urgenza di salvare la memoria decide di agire. Per non destare i sospetti della polizia, Smallwood utilizza come copertura il pretesto di dover revisionare un libro di testo scientifico. Grazie alla complicità del movimento clandestino basco e alla fiducia guadagnata parlando la loro lingua, riesce a registrare in segreto 124 interviste, portando alla luce la verità. Smallwood decide di non pubblicare nulla fino a quando i testimoni non fossero stati al sicuro e il clima politico non fosse cambiato: il libro “The day Guernica was bombed” viene pubblicato solo nel 2012, 75 anni dopo il bombardamento.

Ciò che ha spinto Giorge Steer a scrivere e sostenere la verità, Pablo Picasso a creare il suo capolavoro, William Smallwood a intervistare i sopravvissuti, sono senso della giustizia, empatia e senso civico, ciò che chiamiamo “cittadinanza attiva”; la storia di Guernica dimostra che nessuno è troppo piccolo per prendere posizione, che l’azione di persone armate di penna e macchina fotografica, tele e pennelli, registratore, porta a risultati incredibili. La cultura, l’arte, la parola e l’attivismo quotidiano sono strumenti potentissimi per costruire la pace, partendo dalle proprie aule scolastiche fino alla società. Quindi, per la terza volta, possiamo rispondere che sì, raccontare Guernica è ancora necessario per mantenere intatta la capacità di indignarsi e non anestetizzarsi davanti all’orrore.

Mai come ora, a più di 80 anni dalla fine della seconda guerra mondiale, possiamo dire, nella nostra parte di mondo, di essere sul limite di un nuovo conflitto, che per la potenza delle armi potrebbe essere davvero l’ultimo. Ne leggiamo i segnali dappertutto, è facile per noi che conosciamo la storia del 900; facciamo collegamenti, paragoni, vediamo le similitudini. E questo ci fa ritornare alla domanda iniziale: le nuove generazioni devono conoscere Guernica? Sì, perché, non ci stanchiamo mai di ripeterlo, la storia insegna, la storia si ripresenta mai uguale ma mai dissimile, e saper cogliere i segnali è l’unico modo che abbiamo per tentare, con la cultura, l’unica arma che vogliamo usare, di disinnescare questa incomprensibile volontà di riarmo che sembra essersi appropriata della nostra Europa.

 

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