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Il 4 marzo 1944, alle nove del mattino, parte da Milano il trasporto 33 con destinazione Mauthausen. Sul convoglio sono presenti 100 deportati di cui 48 identificati come “politici” e 52 come “scioperanti”.

Il trasporto 33 attraversa il Brennero e il 5 raggiunge Innsbruck dove sosta circa una settimana per giungere alle 18:00 del 13 marzo a Mauthausen.

Secondo Valeria Morelli, con il convoglio arrivarono 65 deportati, 41 dei quali morirono durante l’internamento.

Trasporto 33

Convoglio partito da Milano il 4 marzo 1944 con destinazione Mauthausen, dove giunse il 13 marzo 1944. In base alla sequenza dei numeri di matricola attribuiti alla data di arrivo del convoglio (compresi tra il 57539 e il 57638), il totale dei deportati risulta di 100, tutti identificati. Al 1984 ne erano superstiti 19.

Italo Tibaldi, Compagni di viaggio, Dall’Italia ai lager nazisti. I «trasporti» dei deportati 1943-1945

Le testimonianze sul Trasporto 33

Enea Fergnani (1896-1978), partigiano di Giustizia e Libertà detenuto a San Vittore, vide partire ai primi di marzo i deportati del Trasporto 33: «Sfilano davanti alla mia cella i partenti per la Germania. Alcuni hanno il volto contratto, disfatto… Ormai è noto: in Germania si va a morire, De Martino mi sussurra ancora una parola e passa col suo carico di bagagli. Quel vecchio dai capelli candidi, alto, snello, elegantemente vestito di nero, è un colonnello già addetto alla biblioteca. Mi ha portato alcuni libri nelle ultime settimane… Quel giovanotto che passa ora è l’avvocato Amato… Passa un giovane robusto… Passa un ragazzo, un fanciullo ancora, col suo sacco…».

Gaetano De Martino (1899-1966), deportato con il Trasporto 33, ricorda: «… Il 1° marzo vi fu lo sciopero generale, le cui cause e finalità non sembravano allora ben precisate. Fu certamente una ben riuscita manifestazione antifascista, ma le rappresaglie furono assai dure: era un continuo arrivo in carcere di colonne di arrestati, inquadrati fra militi… Si diceva che presto vi sarebbe stato un altro trasporto: ciò teneva tutti in timorosa aspettativa. Purtroppo, il 3 marzo circolò insistente la voce che al forno erano state ordinate un certo numero di razioni di pane, eccedenti i normali bisogni del carcere: dunque, un altro trasporto era imminente.

Sentivo che questa volta partivo io pure… nel pomeriggio seppi, per la indiscrezione di un amico, che io pure ero compreso nella lista… Ci diedero un pacco di viveri per il viaggio; poi dopo numerosi appelli ci mandarono a dormire nelle celle di un altro raggio. Al mattino, assai presto, ci fu la sveglia. Era ancora notte quando fummo caricati sui camion e portati alla stazione… Si diceva che saremmo andati ad Innsbrück; si diceva pure che saremmo stati trattati da liberi lavoratori; altri dicevano che saremmo stati portati in un campo di rieducazione politica… Si arrivò di notte ad Innsbrück. Alla stazione vi era un gruppo di militari venuti a rilevarci. Uno di essi domandò ad un altro di che nazione fossimo; saputo che eravamo italiani, emise uno sprezzante: puah, come di chi volesse sputare. Per i tedeschi noi eravamo soltanto dei traditori».

Roberto Camerani (1925-2005), studente diciottenne arrestato a Cernusco sul Naviglio, partì con il Traporto 33 da San Vittore il 4 marzo 1944: «Le giornate e le notti erano interminabili e, per ammazzare il tempo, i politici si intrattenevano con interminabili discussioni di carattere politico-filosofico delle quali noi… giovani, allattati con la limitata cultura fascista, non capivamo gran che. Quando alzavamo troppo la voce si spalancava la porta e nel riquadro di essa appariva (accompagnato da un vecchio SS) uno jugoslavo con un grossissimo bastone in mano, evidentemente prigioniero pure lui, che invariabilmente si metteva ad urlare: “Italiani, non fate fesserie”. A questo punto, tutti zittivamo per un paio d’ore.

Erano circa le ore 18 quando i portelloni si aprirono davanti alla stazioncina di Mauthausen; doveva essere il 13 marzo 1944. Mauthausen era allora una cittadina che si snodava per circa un chilometro lungo il Danubio, sembrava deserta e la colonna dei prigionieri procedeva nel suo solo rumore… Il fiume scorreva alla nostra sinistra e a destra si vedeva una serie di collinette coperte di neve. Faceva ormai buio e in vetta ad una collina apparve un bellissimo cervo, stette un attimo a guardarci attonito con un magnifico trofeo di corna e in silenzio sparì con un balzo elegantissimo. Io lo guardai intensissimamente forse intuendo che la vita mi stava regalando l’ultima immagine della libertà». 

 

Ambrogio Campi, uno dei deportati con il Trasporto 33

All’ingresso nel lager Ambrogio Campi fu classificato “Schutz”, ovvero“deportato per motivi di sicurezza”: era una delle categorie usate dai nazisti per le persone deportate per motivi politici. Gli fu imposto il contrassegno con il triangolo rosso e il numero di matricola 57557.

Nei documenti originali di Mauthausen si trova, per ogni internato, la “dichiarazione fornita dai prigionieri al momento del loro ingresso nel campo”. Campi dichiarò il mestiere di autista.

Dopo circa un mese Campi e Camerani, con altri deportati del Trasporto 33, furono trasferiti a Ebensee, sottocampo di Mauthausen, distante circa cento chilometri.

Camerani ricorda il periodo da lui trascorso nella baracca dell’infermeria, dove comandava un kapò soprannominato “jena”: «venne portato in infermeria un milanese che teneva sul collo, sotto la nuca, un grosso ascesso purulento. Si chiamava Ambrogio Campi, faceva il camionista e credo di ricordare abitasse a Milano in via Padova 135 con la moglie e una bambina. Era stato arrestato, torturato e deportato perché comunista attivista; era anche un pezzo d’uomo robustissimo ma lì, con la dieta del lager, si stava sfasciando a vista d’occhio. La “jena” l’aveva preso in antipatia e non mancava mai di stuzzicarlo per farlo arrabbiare e avere così l’occasione di punirlo senza motivo. L’Ambrogio aveva un carattere forte, non si rassegnava alle provocazioni , rispondeva con insulti in milanese che quello interpretava alla sua maniera, così andava a finire che la“jena” chiamava i suoi stubendienst, lo faceva trascinare fuori e lo faceva alzare in punta di piedi contro un piantone del castello poi, giratagli una corda intorno al collo, ne legava l’estremità al vertice del piantone stesso annotando in maniera da costringere il prigioniero a rimanere sempre sulle punte dei piedi per non impiccarsi. Questa punizione poteva durare anche un paio di giorni e notti: al termine, lasciava il malcapitato sfinito… Durante queste terribili punizioni i compagni si davano da fare per infilare sotto i talloni dell’Ambrogio degli spessori che gli alleviassero la posizione badando che la “jena” non se ne accorgesse».

 

Dal Trasporto 33 alla vita nel lager

Il campo di concentramento di Ebensee, nel linguaggio cifrato nazista “Zement”, fu costruito nel novembre 1943 in Alta Austria per la produzione missilistica. Il primo “lavoro” cui furono costretti i deportati fu lo scavo di due gallerie sotterranee, una per la produzione e l’altra per il collaudo di missili, poiché gli impianti industriali originariamente destinati a questa produzione nel Mar Baltico erano stati colpiti dalle incursioni aeree degli Alleati.

Vale per Ebensee quello che si verificò in ogni lager, cioè la distribuzione iniqua del cibo: a coloro che svolgevano lavori più leggeri (Kapò, scrivani, anziani del campo, addetti alle pulizie e vari privilegiati) spettava per importanza gerarchica il cibo migliore, quelli che lavoravano duramente e svolgevano il lavoro più pesante mangiavano meno e peggio.

L’orario di lavoro andava dalle otto alle undici ore giornaliere.

 

La storia di Ambrogio Campi

Nato a Turro Milanese il 22 dicembre 1902, Ambrogio Campi abitava a Milano in via Atene 3 e faceva l’autista per la Magnaghi di Turro.

Gli operai della Magnaghi aderirono allo sciopero del marzo 1943, la protesta iniziata alla Fiat di Torino che si diffuse in molte fabbriche e officine torinesi, piemontesi, milanesi, lombarde e venete.

«29 marzo 1943… Alla Magnaghi di Turro, sciopero alle 10 nel reparto attrezzerie, esempio per gli altri: fermati i due comunisti Ghidini e Nobile.»

Milano nella Resistenza

La Scheda biografica del Caduto Partigiano di Ambrogio Campi, al punto “Formazioni alle quali ha appartenuto”, riporta: “130° brg Garibaldi”.
«La CXXX brigata Garibaldi Sap Vero Volpones nasce per dilatazione dal 3° distaccamento della CX Garibaldi Beppe Ottolenghi, operante nel I settore clandestino di Milano (zona Porta Venezia – Loreto – Niguarda). Derivante da un nucleo di operai comunisti del reparto attrezzeria della fabbrica Magnaghi di Turro… le Sap della Magnaghi sono il frutto dell’intensa attività clandestina di provati militanti comunisti come Oliviero Volpones (“Vero”, poi tra i primi gappisti e fucilato il 2 febbraio 1945), Giovanni Valtolina (dirigente gappista deportato), Mario Bornaghi…, Carlo Piazza… e altri ancora…» (Borgomaneri).

Ambrogio fu ucciso a Ebensee il 25 febbraio 1945, aveva 42 anni. A lui è dedicata una pietra di inciampo.

Bibliografia

  • https://anpimilano.com/memoria/partigiani-milano-e-provincia/c/campi-ambrogio-2/
  • https://www.pietredinciampo.eu/portfolio/ambrogio-campi/
  • (a cura di) Giovanni Barbareschi, Memorie di sacerdoti ribelli per amore, Centro ambrosiano di documentazione e studi religiosi, 1986.
  • Bianca Beccalli, La ricostruzione del sindacalismo italiano 1943-1950, in Italia 1943/50 La ricostruzione, a cura di Stuart J. Wolf, Laterza, 1975.
  • Renato Bont, Luciano Marabelli, Fernando Ornaghi, I quaderni di… Turro 1864.1945 un secolo di storia, 2021.
  • Luigi Borgomaneri, Due inverni, un’estate e la rossa primavera. Le Brigate Garibaldi a Milano e provincia 1943-1945, Franco Angeli, 1995.
  • Luigi Borgomaneri, CXXX brigata Garibaldi Sap Volpones Vero, in Dizionario della Resistenza, vol II, Einaudi, 2001.
  • Roberto Camerani, Il viaggio, 1987.
  • Franco Catalano, Storia del comitato di liberazione nazionale alta Italia, Bompiani, 1975.
  • Gaetano De Martino, Dal carcere di San Vittore ai “lager” tedeschi sotto la sferza nazifascista, Edizioni Alaya, 1945.
  • Il libro dei deportati, ricerca del Dipartimento di storia dell’Università di Torino diretta da Brunello Mantelli e Nicola Tranfaglia; promossa da ANED, Associazione nazionale ex deportati, Volume I, I deportati politici 1943 – 1945, tomo 1 A – F, tomo 2 G – P, tomo 3 Q – Z, a cura di Giovanna D’Amico, Giovanni Villari, Francesco Cassata, Mursia, 2009 (la scheda biografica di Ambrogio Campi in vol. I tomo 1 pag. 453).
  • Enea Fergnani, Un uomo e tre numeri, Edizioni Avanti!, 1955.
  • Florian Freund, Kz Zement Ebensee. Il campo di concentramento di Ebensee “Commando” Mauthausen e l’industria missilistica, Burolo, L’Artigiana, 1990.
  • Milano nella Resistenza, bibliografia e cronologia marzo 1943/maggio 1945, ISRMO, Vangelista editore, 1975.
    (a cura di Francesca Ferratini Tosi, Gaetano Grassi, Massimo Legnani) INSML, L’Italia nella seconda guerra mondiale e nella Resistenza, Angeli, 1988.
  • Luigi Ganapini, Milano, in Operai e contadini nella crisi italiana del 1943/1944, Feltrinelli, 1976.
  • Valeria Morelli, I deportati italiani nei campi di sterminio 1943 – 1945, Scuole Grafiche Artigianelli, 1965.
  • Adolfo Scalpelli, Scioperi e guerriglia in val Padana (1943-45), Argalia Editore, 1972.
  • Giovanni Scirocco, Piazzale Loreto 29 aprile 1945. La memoria, in Il nostro silenzio avrà una voce. Piazzale Loreto: fatti e memoria, il Mulino, 2021.
  • Italo Tibaldi, Compagni di viaggio, Dall’Italia ai lager nazisti. I «trasporti» dei deportati 1943-1945, Consiglio regionale del Piemonte, Aned, Franco Angeli, 1994.
  • Emanuele Tortoreto, Notizie sul movimento operaio in Milano, dal 25 luglio al marzo 1944, in “Il Movimento di liberazione in Italia”, luglio 1956, n. 43, pag. 16-41.
  • Giuseppe Valota, Dalla fabbrica ai lager. Testimonianze di familiari di deportati politici dall’area industriale di Sesto San Giovanni, Mimesis, 2015.
  • Anagrafe dei deportati politici milanesi caduti nei lager nazisti (a cura di Giuseppe Vignati), Istituto milanese per le storia della resistenza e del movimento operaio, ANNALI 4. Studi e strumenti di storia contemporanea. A cura di Grazia Marcialis, Giuseppe Vignati. Franco Angeli, 1995 (la scheda biografica di Ambrogio Campi a pag. 293)